Archivi categoria: Articoli di Psicologia

raccolta di articoli di psicologa della dott.ssa Paola Marinoni psicologa e psicoterapeuta cognitiva comportamentale con sede a Saronno.

In queste raccolte di articoli di cercheranno di dare degli spunti ai lettori relativamente alle tematiche del sostegno psicologico e della psicoterapia, cercando di fornire utili informazioni per quanti siano alla ricerca di approfondimenti, spunti o semplicemente vogliano leggere un parere di un esperto del mondo psicologico su alcuni argomenti principali e comuni relativamente alle problematiche più comuni.

E se mi ammalassi? E se perdessi il lavoro? E se non passassi l’esame? E se mio marito mi lasciasse?

Il rimuginio e la ruminazione sono modalità di pensiero negativo e persistente. Entrambi i processi coinvolgono una predominanza di pensieri verbali, in cui il ragionamento assume l’aspetto di un dialogo interno.

E se dovessi ammalarmi gravemente? E se morissi? E se mia moglie non riuscisse ad andare avanti economicamente? E i miei figli, cosa succederà loro? Cosa faranno i miei familiari senza l’entrata di uno stipendio fisso? Dove andranno a vivere? E se non riuscissero a gestire la sofferenza? E se dovesse ammalarsi anche mia moglie?”

Quello che hai appena letto è un esempio di rimuginio.

Cosa significa rimuginare

Rimuginare significa pensare in maniera ripetitiva e catastrofica a possibili minacce future e ai modi per evitarle o affrontarle in modo efficace.

I pensieri rimuginativi sono percepiti come pensieri intrusivi e incontrollabili. Il rimuginio consta nello sviluppo di catene di pensieri negativi, generalmente introdotti dalla domanda “Cosa succede se…?”, ad esempio “Cosa succede se perdo il lavoro?”; “Cosa succede se il mio partner mi lascia?”; “Cosa succede se mi ammalo?”.

Il soggetto utilizza il rimuginio come strategia per fronteggiare al meglio le situazioni che percepisce come pericolose, incerte e ansiogene.

Di fatto, però, rimuginare non risulta mai vantaggioso né utile: richiede la messa in campo di enormi energie mentali, non porta mai a trovare effettivamente una soluzione ai problemi e conduce all’insorgenza di elevati livelli di ansia.

Le conseguenze dannose del rimuginio

Il rimuginio ha solo conseguenze dannose:

– quando diventa patologico e cronico, porta alla comparsa di numerosi sintomi fisici sgradevoli e invalidanti: tensione muscolare, disturbi del sonno, irrequietezza, mal di testa, irritabilità;

non porta mai a trovare delle soluzioni efficaci, bensì mantiene viva e amplificata la percezione di minaccia;

peggiora le prestazioni cognitive: quando si rimugina diminuiscono la capacità di concentrarsi e di svolgere contemporaneamente un altro compito pratico e/o mentale.

Le persone che rimuginano frequentemente in modo patologico hanno la percezione di non essere in grado di controllare e gestire la loro mente. Sviluppano quindi delle credenze in merito all’incontrollabilità, alla pericolosità e all’importanza dei propri pensieri.

Percepire il rimuginio come qualcosa di incontrollabile significa pensare che esso sia un processo automatico, involontario e quindi non passibile di un controllo cosciente.

Il rimuginatore cronico percepisce i propri pensieri negativi come pericolosi e importanti: sente quindi la necessità di occuparsene, di analizzarli, di amplificarli.

Di seguito alcuni esempi di credenze negative in merito al rimuginio:

  • Non ho alcun controllo sul mio rimuginio.”
  • “I pensieri incontrollabili sono sintomo di pazzia.”
  • “Se avverto ansia, significa che sono effettivamente in pericolo.”
  • “La preoccupazione mette il mio corpo sotto stress.”
  • “Se mi preoccupo troppo, potrei perdere il controllo.”

Riassumendo, il rimuginio NON è una strategia utile perché non conduce a soluzioni efficaci, fa insorgere elevati livelli di ansia e sintomi fisici sgradevoli e invalidanti, viene percepito come qualcosa di incontrollabile.

rimuginare

Se non è utile, allora perchè si rimugina?

Viene spontaneo chiedersi quindi perché il rimuginio sia un fenomeno così presente e pervasivo.

La risposta è molto semplice. Il soggetto che rimugina è convinto che rimuginare sia vantaggioso e utile:

  • Rimuginare mi aiuta a trovare delle soluzioni ai miei problemi”: il rimuginio viene considerato una forma di pensiero produttivo, in realtà non conduce mai all’elaborazione di un piano concreto ed efficace di risoluzione dei problemi. Del resto, come è possibile trovare delle soluzioni a problemi ipotetici, che non si sono ancora verificati? Al pericolo temuto non viene contrapposta alcuna strategia risolutiva, quindi la percezione di minaccia permane e il rimuginio si protrae nel tempo.
  • Rimuginare mi aiuta a essere preparato”: il soggetto che rimugina pensa in maniera dettagliata e articolata a tutti i possibili scenari che potrebbero verificarsi, anticipando mentalmente anche i suoi stati emotivi e le possibili modalità di reazione. Il rimuginatore si convince che sarà in grado di gestire uno di quegli scenari, nel caso si verificasse, avendolo già ampiamente analizzato.
  • Rimuginare mi serve per prepararmi al peggio”: il rimuginio viene utilizzato come” scudo emozionale”. Il soggetto, pur essendo consapevole della scarsa efficacia del rimuginio, ritiene che rimuginare sia utile perché lo aiuterà a soffrire meno nel momento in cui si verificheranno le minacce che ha anticipato nella sua mente. Il rimuginio viene quindi considerato uno strumento che consente di tollerare meglio gli eventi negativi.
  • Rimuginare mi aiuta a prendere le decisioni corrette”: il soggetto pensa che il rimuginio lo aiuti a prendere decisioni in maniera rapida ed efficace, perché gli consente di individuare la scelta migliore e di scartare invece quelle sbagliate.
  • Rimuginare serve a distrarmi da preoccupazioni peggiori”: il soggetto che rimugina anticipa eventi negativi e catastrofici molto più frequentemente del soggetto non rimuginatore. Gli eventi catastrofici anticipati partono da quelli meno gravi fino ad arrivare a quelli peggiori e intollerabili. I soggetti rimuginatori tendono a soffermarsi sui timori meno carichi emotivamente, evitando quindi di prendere in considerazione le preoccupazioni più distruttive.
  • Il rimuginio abbassa il mio livello di ansia”: il rimuginio viene associato a una riduzione dei sintomi ansiosi, quindi diventa uno strumento che riduce uno sgradevole stato emotivo. In realtà, più il soggetto continua a rimuginare, più avvertirà la sua ansi crescere.

Interrompere il rimuginio: quali sono i vantaggi

Molti pensano, erroneamente che, se smettessero di rimuginare, diventerebbero persone impulsive, superficiali, poco attente e meno capaci di anticipare i problemi.

In realtà, smettere di rimuginare consente di:

  • aumentare la percezione di autoefficacia personale;
  • usare le informazioni che riceviamo dall’esterno e dall’interno in maniera più efficace;
  • affrontare la realtà, piuttosto che vivere sempre in uno scenario ipotetico e astratto;
  • vivere nel “qui e ora”, godendosi il momento presente;
  • esplorare senza ansia patologica il mondo esterno, promuovendo la capacità di apprendimento.

Per chi fosse interessato ad approfondire la tematica relativa al rimuginio con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito. E’ possibile consultare la pagina dei contatti.

Sei un perfezionista?

sei un perfezionista

Il perfezionismo si riferisce a uno stile di pensiero del tipo “tutto-o-niente” in cui se qualcosa non è “perfetto”, allora viene percepito come privo di valore. Sebbene il perfezionismo possa essere collegato al raggiungimento di successo e di standard elevati, spesso porta all’ansia, alla frustrazione e all’elusione di progetti importanti.

Il perfezionismo influisce sulle nostre emozioni, sul nostro modo di pensare e di comportarci.

Esempi di sentimenti perfezionistici: il perfezionismo può farti sentire depresso, frustrato, ansioso e persino arrabbiato, soprattutto se ti critichi costantemente per non aver conseguito buoni risultati, nonostante l’energia e gli sforzi messi in campo.

Esempi di pensiero perfezionista:

  • Pensiero dicotomico (ad es. “Se una cosa non è perfetta, allora è un fallimento”, “Se ho bisogno di aiuto dagli altri, allora sono debole”)
  • Pensiero catastrofico (ad es. “Se commetto un errore di fronte ai miei colleghi, non riuscirò a sopravvivere all’umiliazione”; “Non posso sopportare che qualcuno si arrabbi con me.”)
  • Tendenza al pensiero negativo (ad es. “Anche se ho passato tutta la notte a prepararmi per la presentazione, so che non andrà bene”; “Il mio capo penserà che sono pigro se prendo un paio di giorni di malattia.”)
  • Le doverizzazioni (ad esempio “Non devo mai fare errori”; “Devo sempre essere in grado di prevedere i problemi prima che si verifichino.”).

Esempi di comportamenti perfezionistici:

  • Procrastinazione cronica, difficoltà nel completare compiti o facile arrendevolezza
  • Svolgimento delle attività in maniera eccessivamente cauta e approfondita (ad esempio, dedico troppo tempo ad un’attività che richiederebbe un tempo inferiore)
  • Controllo eccessivo (controllo e ricontrollo per troppo tempo una mail da inviare per evitare che ci siano errori)
  • Cercare costantemente di migliorare le cose rielaborandole (ad esempio riscrivendo più volte un documento di lavoro per renderlo “perfetto”)
  • Concentrarsi su piccoli dettagli
  • Fare liste elaborate delle cose da fare (ad es. quando alzarsi, lavarsi i denti, fare la doccia, ecc.)
  • Evitare di provare cose nuove rischiando di commettere errori

Essere perfezionisti non significa essere coscienziosi. Il perfezionismo non è solo un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici come depressione, ansia e disturbi alimentari, ma può anche essere un fattore prognostico negativo per il successo di un trattamento psicologico.

Di seguito vengono descritti alcuni dei meccanismi psicologici coinvolti nel perfezionismo clinico:

L’autovalutazione della persona spesso dipende eccessivamente da una singola area. Ad esempio, l’autovalutazione dipende quasi esclusivamente dal successo accademico, dal successo professionale o dalla forma fisica.

I perfezionisti hanno spesso standard inflessibili e pensiero dicotomico. Se prendo un voto più basso dei miei compagni significa che sono un fallimento totale.

Quando i perfezionisti clinici raggiungono i loro standard, in genere non si sentono soddisfatti e tendono ad alzare sempre “l’asticella”. Questo comporta che i perfezionisti non si sentano mai abbastanza bravi.

– Quando i perfezionisti clinici non riescono a soddisfare i loro standard, solitamente si auto-criticano. Molti studi dimostrano che l’autocritica tende a minare la forza di volontà.

– I perfezionisti clinici usano spesso comportamenti di sicurezza controproducenti che peggiorano la loro situazione. Ad esempio, possono eseguire alcune o tutte le seguenti operazioni:

  • confrontare costantemente le loro prestazioni con quelle degli altri
  • prestare eccessiva attenzione a dettagli non rilevanti
  • controllare in maniera eccessiva (ciò aumenta la percezione di un possibile pericolo e può compromettere la memoria).

I perfezionisti clinici a volte evitano situazioni e compiti quando temono che potrebbero non essere in grado di soddisfare i propri standard. Ciò può comportare la perdita di opportunità o l’insorgenza di difficoltà relazionali.

Il trattamento del perfezionismo non implica necessariamente la riduzione degli standard. Ad esempio, uno studente molto capace potrebbe ancora aspirare a raggiungere obiettivi elevati, posto che questi siano raggiungibili senza causare angoscia o ansia.

Generalmente il trattamento consiste nel:

Ridurre la tendenza ad autovalutarsi basandosi esclusivamente sui propri standard personali.

Ridurre la tendenza a collegare la propria autostima ad uno o pochi domini, ad esempio le performance lavorative o la forma fisica

Aiutare la persona a ridurre il pensiero dicotomico, l’attenzione selettiva e altri pregiudizi cognitivi e aumentare la flessibilità cognitiva

Aiutare la persona a ridurre l’autocritica

Aiutare la persona a focalizzarsi su obiettivi raggiungibili

Fare esperimenti comportamentali in modo che la persona possa vedere cosa vuol dire non usare i suoi attuali comportamenti di sicurezza.

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Per coloro che fossero interessati ad approfondire le tematiche relative alla terapia cognitivo-comportamentale con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

E’ possibile inoltre consultare la pagina dei contatti del sito per avere ulteriori informazioni e delucidazioni sulla modalità di contatto della dott.ssa Paola Marinoni.

Riconoscere le distorsioni cognitive: il pensiero dicotomico

 le distorsioni cognitive: il pensiero dicotomico

Non sempre il nostro modo di pensare, di fare previsioni e di trarre giudizi e conclusioni dagli avvenimenti segue la logica e si basa sul principio di realtà. Spesso queste modalità cognitive diventano meccanismi disfunzionali automatici implicati nella genesi e nel mantenimento di problemi e disturbi psicologici.

L’utilizzo rigido e massiccio di queste modalità interpretative porta alla comparsa e al consolidamento dei pensieri automatici disfunzionali. La psicoterapia cognitiva definisce distorsioni cognitive queste modalità disfunzionali di interpretare le esperienze.

Il pensiero dicotomico è una di queste distorsioni.

Il pensiero dicotomico è il cosiddetto pensiero del”o-tutto-o-niente“: sei un successo o un fallimento; la tua esibizione è stata totalmente buona o totalmente negativa; se non sei perfetto, sei un fallimento; una cosa è giusta o sbagliata; la giornata è meravigliosa o è uno schifo; ho completamente ragione o completamente torto. 

Il pensiero dicotomico porta a schematizzare, a catalogare, a etichettare, inducendoci a fare continue distinzioni nette ed estremamente rigide. Riduce la complessità e la varietà della vita, degli eventi e delle esperienze a due sole categorie contrapposte, che si escludono mutualmente o che sono in irreparabile conflitto tra loro.

Questo modo di pensare binario non contempla le sfumature di grigio e può essere responsabile di una grande quantità di valutazioni negative su se stessi e gli altri.

Esempio di distorsione cognitiva

Vai a sostenere un colloquio di lavoro. Durante l’intervista, sei colto di sorpresa da una domanda, ti irrigidisci e non rispondi come vorresti. Se osservi questa esperienza attraverso la lente del pensiero “tutto-o-niente”, è probabile che tu finisca per ridurre le tue prestazioni nel corso del colloquio, per pensare di essere stato un completo fallimento e per convincerti che non sarai mai scelto per quel lavoro, innescando sentimenti di delusione e vergogna.

Questa distorsione cognitiva stabilisce una regola irragionevole secondo la quale qualsiasi risultato inferiore al 100% equivale allo 0%. È facile vedere come il pensiero “o-tutto-o-niente” possa dare vita ad autovalutazioni estremamente negative.

Questa distorsione cognitiva può anche compromettere i tentativi di modificare un comportamento, ad esempio attenersi a una dieta. Se pensi alla tua dieta in termini “tutto o niente”, è probabile che uno “sgarro” finisca per pregiudicare tutti gli sforzi compiuti fino a quel momento.

Ristrutturare questa distorsione cognitiva significa allora in primis cercare di prendere in considerazione che esistono sfumature di grigio che intercorrono tra il “tutto bianco” e il “tutto nero”. 

In riferimento ai due esempi proposti sopra potrei imparare a dirmi “Non ho risposto brillantemente a quella domanda, ma la mia prestazione globale è stata buona” e “Aver mangiato un brownie non ha compromesso irreparabilmente la mia dieta”. Imparare a non pensare in maniera dicotomica significa esercitarsi a tollerare che ci possano essere variazioni, imprevisti e che le cose non sempre vanno come voglio che vadano.

Il pensiero dicotomico presenta alcuni svantaggi:

  • riduce notevolmente la quantità delle scelte che possiamo prendere e limita la possibilità di mediare; questa tendenza potrebbe portarci a sentirci spesso frustrati
  • limita la nostra capacità di comprendere il mondo, che non è sempre e solo o bianco o nero
  • riduce notevolmente la nostra flessibilità: se ci sono solo due categorie contrapposte, non esiste mai un ventaglio di alternative, i giudizi sono categorici e il percorso giusto è uno e uno solo
  • è correlato all’insorgenza della depressione: alcuni studi evidenziano una relazione tra il pensiero dicotomico e disturbi come la depressione, i disturbi alimentari e l’obesità (Fairburn et al., 2003; Dove et al., 2009). Se non sono magra come desidero, faccio schifo. E se faccio schifo nessuno mi vorrà. e se nessuno mi vorrà rimarrò per sempre sola. E se rimarrò sola la mia vita sarà un completo fallimento. Ciò che non va bene andrà sempre peggio. Ciò che è sbagliato diventerà irrimediabile. Ciò che è brutto diventerà mostruoso. Ciò che è negativo diventerà catastrofico.

Ecco perché diventa molto importante imparare a riconoscere le nostre distorsioni cognitive e provare a ristrutturare il nostro modo di pensare disfunzionale.

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Cos’è la salute mentale?

salute mentaleSi sente parlare spesso di salute mentale. Ma che cos’è esattamente la salute mentale?

Quando si parla di salute mentale ci si riferisce a tutto ciò che ha a che fare con i pensieri, le emozioni, i comportamenti e i modi in cui ci relazioniamo con gli altri.

Gli ingredienti di una buona salute mentale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute mentale come “uno stato di benessere in cui ogni individuo realizza il proprio potenziale, riesce a far fronte alle normali tensioni della vita, è in grado di lavorare in modo produttivo e fruttuoso, dando un contributo alla propria comunità“.

Ciò significa che, se siamo mentalmente sani, possiamo:

  • far fronte alla vita quotidiana
  • essere resilienti di fronte alle sfide
  • intraprendere azioni positive
  • prenderci cura di noi stessi
  • sentirci bene con noi stessi
  • lavorare per migliorare il nostro potenziale
  • avere relazioni di successo.

Cos’è la malattia mentale?

Rileggendo quanto descritto sopra, è piuttosto intuitivo capire da cosa può essere caratterizzata la malattia mentale.

Avere una malattia mentale significa non riuscire a far fronte alla vita quotidiana. Ci sentiamo sopraffatti dai pensieri e dalle emozioni negative, tendiamo a prendere decisioni sbagliate, non ci sentiamo bene con noi stessi, non riusciamo ad avere relazioni sane con gli altri e non ci sentiamo in grado di avere un buon funzionamento.

Miti da sfatare in merito alla salute mentale

1) Esiste una formula specifica per una buona salute mentale

Questa affermazione non è per nulla vera. Ciò che ti motiva a prenderti cura di te stesso, a sentirti bene nel mondo ed esprimere il tuo potenziale potrebbe essere completamente diverso da quello che motiva un’altra persona.


Sarebbe opportuno quindi capire cosa funziona per te, indipendentemente da ciò che gli altri possono pensare.

2) Se una persona ha un disturbo mentale, allora è “matta”

Le ricerche ci mostrano che una persona su quattro sperimenta nel corso della vita una malattia mentale. Ciò significa che molto probabilmente ci è capitato di interagire con persone che hanno avuto o hanno difficoltà di tipo psicologico o ne abbiamo sofferto noi stessi.

Nonostante la sofferenza psichica sia quindi piuttosto comune, di fatto spesso si tende a nasconderla e a vergognarsene. Questo fenomeno si chiama “stigma”. Nella nostra società tuttora si pensa spesso che soffrire di una patologia mentale sia qualcosa di cui vergognarsi.

3) Per avere una buona salute mentale è sufficiente essere positivi

Avere un approccio positivo nei confronti della vita è sicuramente utile, ma non è assolutamente sufficiente a garantirci una buona salute mentale. I pensieri negativi coscienti tendono a far insorgere stati d’animo e comportamenti disfunzionali. Diventa quindi utile imparare a cambiare il nostro modo di pensare distorto, sostituendolo con un pensiero alternativo più equilibrato.


Cercare di “positivizzare” il dolore interiore non rappresenta sicuramente una strategia efficace per promuovere la nostra salute mentale. Diventa invece importante imparare a riconoscere le nostre “distorsioni cognitive” e lavorare per “ristrutturarle”.

4) La salute mentale non ha nulla a che fare con il benessere fisico

La ricerca mostra come salute mentale e fisica siano effettivamente interconnesse. L’esercizio fisico può contribuire a farci sentire meglio, così come la malattia mentale può avere ripercussioni sul nostro stato fisico.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che “i disturbi mentali aumentano il rischio di ammalarsi di altre malattie come le malattie cardiovascolari, il diabete e viceversa”.

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L’impatto della terapia cognitivo-comportamentale sul nostro cervello

Il cervello umano è l’oggetto più complesso conosciuto nell’universo. Una delle sue caratteristiche più importanti è che è malleabile, il che significa che può sempre cambiare in base alle informazioni che percepisce. Sin dalla nascita, il nostro cervello stabilisce dei modelli creati dai riflessi e rafforzati successivamente da esperienze, ricordi e apprendimento.

Non importa quanti anni ha, il nostro cervello non smette mai di imparare e svilupparsi!

Tuttavia, il ritmo con cui il nostro cervello si sviluppa e la sua capacità di cambiare rallenta man mano che diventiamo adulti. Questo significa che non possiamo più imparare a cambiare idea? Ovviamente no! È qui che entra in gioco la terapia cognitivo-comportamentale.

Negli ultimi vent’anni molte ricerche si sono concentrate sugli effetti neurobiologici prodotti dalle terapie psicologiche. Innumerevoli studi hanno rilevato come i cambiamenti che un individuo raggiunge sul piano emotivo, comportamentale, cognitivo e sociale, abbiano delle conseguenze anche sul suo cervello.

La psicoterapia è essenzialmente un processo di apprendimento: rappresenta infatti un modo di cambiare l’assetto delle connessioni cerebrali.

In che modo la CBT cambia fisicamente il cervello?

La terapia cognitivo-comportamentale si propone di ristrutturare il cervello stabilendo nuovi percorsi neurali attraverso il pensiero neutro. Ad esempio, un cervello depresso o ansioso ha in genere rafforzato i modelli del pensiero negativo per una certa quantità di tempo. In molti casi, questi percorsi consolidati influenzano la volontà del cervello di elaborare le informazioni negative più facilmente rispetto alle informazioni positive, spesso determinando la formazione di quelle che sono note come distorsioni cognitive o schemi di pensiero distorti.


Facciamo un esempio: Paolo riceve un messaggio da un amico che lo invita a una festa e pensa tra sè e sè, “Sicuramente mi divertirò molto, non vedo l’ora di incontrare nuove persone!” Questo testo ha prodotto un flusso di pensieri positivi o ricordi che portano Paolo a provare un’emozione positiva, uno stato di eccitazione.


Al contrario, quando Giovanni riceve lo stesso messaggio di testo, pensa: “Non mi divertirò affatto, non conosco nessuno, mi imbarazza molto incontrare nuove persone”. Questo stesso testo ha acceso un flusso di percorsi negativi o ricordi associati a esperienze emotive negative.

Che dire dei farmaci?

La ricerca mostra che la CBT può funzionare meglio dei farmaci quando i sintomi presenti sono da lievi a moderati.

Attraverso il cambiamento dei modelli di pensiero e dei comportamenti, molte persone possono trovare sollievo e sperimentare emozioni negative meno intense.


Un grave livello di depressione è tipicamente definito da un’alta frequenza di pensieri autodistruttivi o suicidi. Per chi soffre di sintomi da moderati a severi, la ricerca ha scoperto che una combinazione di farmaci e CBT funziona meglio.

Come mai i farmaci non bastano?

L’obiettivo del farmaco è di ridurre i sintomi attraverso dei cambiamenti chimici, mentre la CBT lavora per cambiare il tuo dialogo interiore e le credenze di base su te stesso e il mondo intorno a te.

Ad esempio, Giovanni potrebbe sentirsi inadeguato e convincersi di essere incapace di avere relazioni sane con gli altri, iniziando a isolarsi e non frequentando più alcuna festa, riunione o impegno lavorativo.

Questi comportamenti potrebbero portare ad un peggioramento dei suoi sintomi depressivi. Lavorando per cambiare i suoi schemi mentali, Giovanni potrebbe essere invece in grado di imparare a identificare i suoi pensieri negativi, riconoscere che potrebbero non essere veri e modificare i suoi comportamenti fino a sentirsi meno depresso. Giovanni potrebbe ricominciare a frequentare gli altri, pensando a se stesso in modo diverso e scoprendo di essere in grado di interagire con gli altri!

Perchè fare un percorso di psicoterapia

Le neuroscienze ci dicono che la psicoterapia non solo è efficace, ma produce degli effetti anche sulle nostre reti neurali. Possiamo immaginare le reti neurali come un insieme di strade e sentieri intrecciati tra loro, lungo i quali corrono le nostre emozioni, i nostri pensieri, il nostro modo di vedere le cose. Ognuno di noi possiede la propria mappa e la possibilità di intraprendere percorsi diversi a seconda delle situazioni.

A volte invece tendiamo a percorrere sempre la stessa strada, lo stesso percorso, senza riuscire a muoverci diversamente. Alcuni circuiti neuronali sono diventati eccessivamente predominanti rispetto agli altri e ci portano a replicare gli stessi comportamenti e le stesse emozioni negative.

Se abbiamo la sensazione di non riuscire ad agire diversamente da come ci viene automatico, pur riconoscendo che questo non ci fa stare bene, forse è arrivato il momento di attuare un cambiamento nella nostra vita e di prendere consapevolezza di questa nostra condizione. In questi casi la psicoterapia può rappresentare l’aiuto di cui abbiamo bisogno, l’opportunità di creare strategie di pensiero e di comportamento più funzionali.

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Ho paura o sono in ansia?

Recentemente mi è capitato di rivedere un video in cui l’attore Will Smith parla della paura provata prima di lanciarsi con il paracadute. La visione del filmato mi ha stimolata a ragionare sulla differenza che intercorre tra paura e ansia.

Da un punto di vista cognitivo, la paura insorge in presenza di una fonte di pericolo reale, tangibile, identificabile e spesso immediata. Per esempio, se un leone è in piedi davanti a me, ho paura. Se sto per saltare da un aereo e mi trovo davanti al portellone aperto a 3.000 piedi di altitudine, ho paura.

L’ansia invece compare nelle situazioni in cui viene percepito un pericolo che è solo potenziale. Non ho ancora visto il leone, non me lo sono ancora trovato davanti, ma penso che potrebbe essere in agguato nelle vicinanze. Mi immagino che potrebbe assalirmi e che io non avrei, a quel punto, alcuna via di scampo. Non mi sono ancora lanciato nel vuoto, ma penso che potrei sentirmi male, avere un attacco cardiaco o schiantarmi al suolo.

Mi preoccupo di qualcosa che non è ancora accaduto e che magari non accadrà mai. Ma nella mia mente prende piede il pensiero che potrei trovarmi davvero di fronte a quella situazione che temo.

Possiamo quindi affermare che la paura è una reazione emotiva ad un pericolo reale, che ha quindi un “oggetto” preciso e ben identificato (paura del buio, dei ragni, dell’altezza…)

L’ansia è invece una reazione emotiva ad un pericolo che è soltanto percepito come tale.

In psicoterapia, possiamo affrontare sia le paure che l’ansia attraverso un percorso di terapia cognitivo-comportamentale. Le paure problematiche spesso emergono nel contesto delle fobie (ad esempio, la paura di volare o dell’altezza). L’ansia clinicamente rilevante tende a manifestarsi sotto forma di eccessiva preoccupazione, tensione, irrequietezza, eccessiva sensibilità e ipervigilanza. Entrambe le sensazioni scatenano il nostro meccanismo di risposta “attacco-fuga” (descritto più dettagliatamente nell’articolo “Ansia: reazione di attacco-fuga”).

Il trattamento di scelta più spesso riguarda la terapia dell’esposizione, in cui il paziente impara a esporsi gradualmente agli stimoli che teme, con costante supporto da parte del terapeuta.

Ecco qui il video di Will Smith che parla delle sue paure!

Buona visione!

https://www.youtube.com/watch?v=yfqC6qRZcYM

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Formicae.

recensione libro fomicae

Ho letto “Formicae”, quarto romanzo thriller di Piernicola Silvis, tutto d’un fiato.
Mi è piaciuto molto, non solo perché è un testo ben scritto e appassionante, ma anche perché accompagna il lettore, con grande maestria, in un viaggio di scoperta della psiche del colpevole, raccontandone la storia e descrivendone molto accuratamente sfumature di buio, manie, ossessioni religiose e perversioni.

E’ un thriller anomalo, in cui il nome del “mostro”, colui che rapisce e uccide bambini, viene svelato sin dalle prime pagine. I capitoli infatti si alternano tra la ricerca del colpevole, raccontata in prima persona da Renzo Bruni, poliziotto che coordina la caccia al serial killer, e la storia di Bruno Pastore, l’assassino.

Bruno è un ragazzo apparentemente normale, quieto e taciturno. In realtà dentro di lui convivono lati oscuri: illimitato senso di potere, totale assenza di empatia, delirio di onnipotenza e inesistente coinvolgimento affettivo relazionale, tratti che caratterizzano la personalità narcisistica.

Il delirio di onnipotenza può essere descritto come uno stato patologico in cui il soggetto è convinto di poter esercitare un potere illimitato sul mondo che lo circonda, di saper fare tutto e di poter ottenere qualunque cosa, con qualsiasi mezzo. Il soggetto ha costantemente bisogno di rimarcare la propria superiorità rispetto agli altri.
Il delirio di onnipotenza può insorgere in seguito e a causa di un’infanzia caratterizzata da profondi disagi e frustrazioni, che il soggetto cerca di fronteggiare negando la propria vulnerabilità, assumendo un atteggiamento rabbioso nei confronti degli altri, considerati stupidi, incapaci e inferiori. Nel romanzo Diego presenta proprio queste caratteristiche; è in guerra con il mondo intero, compie crimini efferati senza mostrare alcun senso di colpa e sfida costantemente Bruni, recapitandogli messaggi contenenti indizi che potrebbero essere decisivi per la sua identificazione.
Non a caso, si scopre che Diego è stato cresciuto in un orfanotrofio gestito da suore, una delle quali infligge al bambino un tremenda punizione (restare sdraiato, con il corpo cosparso di briciole di pane, sopra un termitaio). Probabilmente proprio a causa di questo atroce castigo Diego sviluppa la sindrome di Ekbom o delirio dermatozoico, (una patologia caratterizzata dalla convinzione delirante di essere infestati da parassiti): sente infatti il suo corpo invaso dalle formiche che, come lui stesso afferma, gli rosicchiano il cervello.
All’età di sei anni Diego viene adottato e finisce a vivere con un uomo che, grazie ai suoi legami con la malavita locale, tenta di coprire in ogni modo le stranezze del figlio e una madre moralista e nevrotica che impone al bambino rituali religiosi, regole e divieti.

Lo psicologo Stephen Johnson scrive che il narcisista è qualcuno che ha “seppellito la sua vera auto-espressione in risposta alle ferite primitive che ha ricevuto e lo ha sostituito con un sé falso altamente sviluppato e compensativo”.
Il narcisista è spesso immaginato come una persona innamorata di se stessa. È più accurato affermare che il narcisista patologico è qualcuno che è innamorato di un’immagine di sé idealizzata, che viene mostrata per evitare di entrare a contatto e di permettere agli altri di entrare a contatto con il sé reale, ferito. In fondo, il narcisista patologico si sente come il “brutto anatroccolo”, anche se non si consente di ammetterlo.

Partendo dall’analisi della cornice familiare e dell’infanzia di Diego, prende spunto la mia riflessione sul legame di attaccamento, ossia la relazione primaria che si sviluppa tra un bambino e il genitore (o figura di accudimento).

Nello specifico, il soggetto che presenta un disturbo narcisistico di personalità può rappresentarsi, a partire dal rapporto con la figura di accudimento primaria, come bisognoso di cure e percepire gli altri come non disponibili a fornirle. In lui matura quindi l’aspettativa di essere respinto. Questa condizione porta il soggetto a convincersi di poter fare a meno dell’amore degli altri e a non ricercare il loro sostegno. Il soggetto narcisista impara che deve affidarsi solo a se stesso: impara quindi a non esprimere i propri bisogni e ad assumere atteggiamenti di distacco e di superiorità.

Se le esperienze infantili hanno fatto emergere sentimenti di vergogna, rabbia, impotenza, il bambino crescerà aspettandosi di essere sfruttato, rifiutato o respinto nelle interazioni con gli altri e dall’ambiente circostante. Quindi, per paura di soffrire ancora, eviterà di entrare in contatto con le proprie emozioni, non esprimerà i propri bisogni e non cercherà la vicinanza emotiva degli altri, convincendosi di dover contare solo su se stesso, sulle proprie capacità e sui propri meriti.

Nelle relazioni con gli altri quindi l’intimità viene rifiutata e svalorizzata, perché percepita come qualcosa di minaccioso. Il narcisista tende quindi a dissociare gli aspetti di sé che percepisce come negativi, perché proprio a causa di questi potrebbe essere ulteriormente rifiutato. Nel contempo tende anche però a compiacere l’altro, assumendo atteggiamenti che lo rendano il più possibile amabile. In una relazione in cui l’altro viene percepito come inaccessibile, il narcisista impara a dare valore unicamente al proprio mondo interno: sviluppa quindi una rappresentazione grandiosa di sé, si aspetta di dover ricevere trattamenti speciali, emette atteggiamenti aggressivi nei confronti di un ambiente che non gratifica le sue aspettative.

Consiglio vivamente la lettura di questo thriller, agli appassionati del genere, a chi fa il mio stesso lavoro, a chi ha semplicemente voglia di leggere un bel romanzo.

La terapia metacognitiva

MCT Italia

La terapia metacognitiva (MCT) è una psicoterapia sviluppata da Adrian Wells e Gerald Matthews nei primi anni ’90, inizialmente applicata al trattamento del disturbo d’ansia generalizzato. Nel corso degli anni essa è stata ulteriormente sviluppata e attualmente è impiegata nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione (Wells, 1995, 2000, 2009). Diversi studi hanno dimostrato che la terapia metacognitiva è un metodo di trattamento molto efficace per una grande varietà di disturbi psicologici.

Attualmente la terapia della salute mentale è dominata dalla terapia cognitivo-comportamentale (CBT). La CBT infatti è stata considerata negli ultimi anni il trattamento più efficace per la maggior parte delle psicopatologie.

Tuttavia, la CBT non risulta sempre efficace. Una meta-analisi (uno studio che compara i risultati di diverse ricerche) pubblicata nel 2015 ha mostrato come la CBT stia diventando meno efficace.

Adrian Wells, professore di Psicopatologia Clinica e Sperimentale presso l’Università di Manchester e co-fondatore del Metacognitive Institute ha sviluppato la teoria che sta alla base di questa nuova forma di terapia.

La messa a punto della teoria è avvenuta molto recentemente, basti pensare che il libro di riferimento principale, “Terapia metacognitiva per l’ansia e la depressione”, è stato pubblicato solo nel 2011.

Nonostante la recente comparsa sulla scena clinica, i risultati emersi finora sono molto promettenti. Una meta-analisi del 2014  pubblicata dall’Associazione Americana per l’Ansia e Depressione (ADAA) ha concluso che “la MCT è efficace nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione e produce risultati migliori di quelli relativi ai gruppi di controllo e ai soggetti trattati con la CBT”.

La terapia metacognitiva si distingue dalla terapia cognitiva (CBT). Mentre quest’ultima si focalizza sul contenuto negativo dei pensieri con l’obiettivo di ristrutturare gli schemi cognitivi disfunzionali, la terapia metacognitiva si concentra sul modo in cui la persona reagisce ai propri pensieri.

Essa si propone di aiutare le persone a cambiare il modo in cui pensano, e, successivamente, il modo in cui vivono i loro pensieri negativi, piuttosto che cercare di modificare il contenuto dei loro pensieri. L’obiettivo è di aiutare i pazienti a sviluppare nuove modalità attraverso cui relazionarsi con i propri pensieri e le proprie credenze.

Quindi la terapia metacognitiva si occupa del modo in cui rispondiamo ai nostri pensieri e ai processi che portano a vedere la realtà in maniera erronea e disfunzionale.

Che cos’è la Metacognizione

terapia metacognitivaLa metacognizione si riferisce ai fattori cognitivi che controllano, monitorano e valutano il pensiero, ossia a tutto ciò che pensiamo sul nostro pensiero. Secondo la terapia metacognitiva tali fattori hanno un ruolo centrale nell’insorgenza degli stili di pensiero dannosi e nel mantenimento delle emozioni negative.

Una caratteristica comune dei disturbi mentali come l’ansia e la depressione è che i soggetti che ne soffrono spesso sperimentano la sensazione di non riuscire a interrompere i pensieri negativi. Molti pazienti sono convinti di non essere in grado di controllare i propri pensieri ed emozioni, rimanendo bloccati in un circolo vizioso negativo. Ecco che insorge un particolare modello di risposta che contribuisce a mantenere e a rinforzare sia le emozioni che i pensieri negativi. Il pattern in questione prende il nome di Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentional Syndrome, CAS) e “si manifesta con fenomeni di preoccupazione, ruminazione, focalizzazione dell’attenzione e con l’uso di strategie di coping e/o di autoregolazione disfunzionali” (Wells, 2012).

Il CAS è caratterizzato da varie forme di pensiero ripetitivo, come il rimuginio e la ruminazione, il monitoraggio della minaccia, i comportamenti disfunzionali di autoregolamentazione, come l’evitamento e la soppressione del pensiero. Queste pratiche rinforzano i modelli di pensiero e di comportamento disfunzionali e riducono la flessibilità attentiva.

La terapia metacognitiva, che utilizzo quotidianamente nella mia pratica clinica si sta rivelando davvero un metodo efficace e rapido nel trattamento di molti disturbi psicopatologici legati all’ansia e all’umore.

Appuntamento per Terapia Metacognitiva

Per coloro che fossero interessati ad approfondire le tematiche relative alla terapia metacognitiva con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

E’ possibile inoltre consultare la pagina dei contatti del sito per avere ulteriori informazioni e delucidazioni sulla modalità di contatto della dott.ssa Paola Marinoni.

articolo di introduzione alla rabbia

Che rabbia!

Che cosa è la rabbia?

La rabbia è un sentimento normale di cui noi tutti facciamo esperienza. Si tratta di una risposta istintiva ad una percezione di minaccia.

Quando ci arrabbiamo, il nostro corpo cambia per permetterci di affrontare la minaccia: si verificano, ad esempio, accelerazione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa, della temperatura corporea, dell’irrorazione dei vasi sanguigni periferici, della tensione muscolare e della sudorazione.

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dipendenza affettiva

Ti prego, stammi sempre accanto!

Il disturbo dipendente di personalità è una patologia caratterizzata da una dipendenza psicologica pervasiva ed eccessiva da altre persone. Questo significa che i soggetti che presentano tale disturbo hanno bisogno degli altri per soddisfare i loro bisogni emotivi e fisici e sono convinti di non essere in grado di vivere da soli, senza l’aiuto degli altri. Essi pensano che le altre persone siano maggiormente in grado di affrontare le complessità della vita: gli altri sono più competenti e sicuri di sé e sono in grado di fornire un senso di sicurezza e di sostegno. Gli individui dipendenti evitano situazioni che richiedono loro di prendere decisioni o di assumersi le proprie responsabilità perché si considerano deboli, bisognosi e fragili. Pensano che il loro benessere sia legato alla presenza, al loro fianco, di una persona supportiva e forte. Il paziente con disturbo dipendente di personalità ha tremendamente paura di essere rifiutato e vive con grande ansia la possibilità che le sue relazioni affettive possano interrompersi; evita infatti le tensioni e i conflitti interpersonali. Quando un legame finisce, le persone con disturbo di personalità dipendente cercano urgentemente in un altro rapporto la cura e il sostegno di cui hanno bisogno. Il soggetto dipendente tende ad essere compiacente per non creare disappunto, vive con ansia e risentimento le critiche e la disapprovazione e, per essere accettato, spesso si presta ad eseguire compiti spiacevoli.

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depressione e bassa autostima

La Relazione tra Depressione e Bassa Autostima

Depressione e bassa autostima sono frequentemente intrecciate.

La depressione è un disturbo dell’umore. Chi ne soffre ha un umore depresso durante tutto il giorno per più giorni di seguito e non riesce più a provare interesse e piacere nelle attività che prima lo interessavano e lo gratificavano. Ci si sente apatici, irritabili, stanchi, si hanno pensieri negativi e spesso si percepisce la vita come dolorosa e senza senso.

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la mente non si ferma mai

Quando la mente non si ferma mai…

Marta è una ragazza di 27 anni che ha recentemente iniziato il suo primo lavoro dopo aver conseguito con buoni voti una laurea in economia. Vive con la migliore amica. Marta è sempre stata una persona ansiosa. Spesso gli amici e i familiari le fanno notare che si preoccupa troppo. Durante il periodo del liceo aveva enormi difficoltà nel gestire la preoccupazione di arrivare tardi in classe, di non essere sufficientemente preparata, di prendere brutti voti. Temeva di poter perdere i suoi amici, far arrabbiare i suoi genitori, non piacere agli altri, di sbagliare la scelta dell’università.

Temeva di poter essere lasciata dal fidanzato, si preoccupava del fatto di non avere tempo a sufficienza per portare a termine tutto ciò che doveva fare. Marta ha difficoltà nel gestire queste preoccupazioni, soprattutto perché esse compaiono quando cerca di rilassarsi a fine giornata, quando è in pausa ed è fuori con gli amici. Spesso si sente affaticata e avverte tensione muscolare e dolori agli arti. Si accorge di essere frequentemente irritabile (si arrabbia con la coinquilina o il fidanzato). Marta non ricorda quando si è sentita rilassata l’ultima volta, è sempre agitata, tesa e in allerta, con la sensazione che debba accadere qualcosa di brutto.

Negli ultimi sei mesi ha disturbi del sonno: spesso se ne sta sdraiata a letto senza riuscire a prendere sonno, si sveglia frequentemente, oppure si sveglia nel mezzo della notte e non riesce più a riaddormentarsi. Quando le preoccupazioni diventano eccessive fatica a concentrarsi e molte persone le dicono che sembra sempre distratta. Spesso chiede ad amici e parenti cosa pensano di lei o li coinvolge in merito alle sue preoccupazioni, portandoli all’esasperazione. Marta sa che la sua ansia rappresenta un problema, ma teme che smettendo di preoccuparsi le cose peggiorerebbero.”

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Nuovo Centro Ieled a Meda

Ieled – Centro di psicologia per l’età evolutiva – ha il piacere di annunciare l’apertura della nuova sede a Meda con l’INAUGURAZIONE che si terrà domenica 4 ottobre dalle 16.30, in Largo Europa 7. Nel corso del pomeriggio vi sarà l’opportunità di visitare il Centro e ricevere informazioni circa i Servizi, che lo stesso offre.
Ieled è un centro specialistico che si occupa delle difficoltà cognitive ed emotive dei bambini e degli adolescenti, nelle sue sedi di Meda, Milano e Saronno, composto da un’Equipe di professionisti qualificati ed accreditati, che lavorano ponendo al centro dei loro interventi i bisogni e le risorse dei bambini e delle loro famiglie.
Con l’occasione, l’Equipe del Centro ha, inoltre, il piacere di presentare il nuovo sito della sede di IELED Meda (www.ieledmeda.it).
Il sito è stato pensato e realizzato per aiutare la famiglia e la scuola a districarsi tra i bisogni e le difficoltà che i bambini e i ragazzi possono incontrare durante il loro percorso di crescita. L’obiettivo del Centro è quello di fornire – all’adulto prima e al bambino poi – un aiuto efficace, basato su evidenze scientifiche, in un contesto di empatia e collaborazione.
Il Centro si propone di accompagnare, chi si rivolge ad esso, in un percorso personalizzato ed integrato, in cui ogni aspetto del problema è accuratamente considerato, approfondito e condiviso passo dopo passo.

E se succedesse qualcosa di brutto?

ansia generalizzata

Ho frequenti disturbi legati al sonno. Spesso mi sveglio agitato nel bel mezzo della notte. Ho problemi di concentrazione, faccio fatica anche a leggere il giornale o un romanzo. A volte mi sento un po’ stordito. Spesso il mio cuore inizia a battere all’impazzata: questo aumenta la mia preoccupazione. Ho sempre avuto la tendenza di pensare che le cose siano peggio di quello che realmente sono. Nei giorni scorsi ho avuto un forte mal di stomaco: mi sono convinto di avere un tumore. Mi preoccupo continuamente per tutto.

Le persone che hanno difficoltà a gestire la propria ansia generalmente hanno la tendenza a preoccuparsi per molte cose. Si parla di ansia generalizzata quando la preoccupazione (worry), pervasiva e difficilmente controllabile, risulta essere eccessiva rispetto agli eventi di cui si ha timore. Le preoccupazioni riguardano differenti ambiti di vita: il lavoro, la salute, la famiglia, le condizioni economiche. Se un collega parla della situazione finanziaria dell’azienda, insorge immediata la paura di poter essere licenziati, se un’amica non risponde ad una telefonata e non richiama ci si convince che il rapporto d’amicizia si sia interrotto. Il solo pensiero, quando ci si sveglia la mattina, di dover affrontare la giornata può generare ansia.

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