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Sei un perfezionista?

Cosa significa essere perfezionisti? Cosa comporta a livello emotivo, cognitivo e comportamentale? Ci fa vivere bene ricercare la perfezione?

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sei un perfezionista

Il perfezionismo si riferisce a uno stile di pensiero del tipo “tutto-o-niente” in cui se qualcosa non è “perfetto”, allora viene percepito come privo di valore. Sebbene il perfezionismo possa essere collegato al raggiungimento di successo e di standard elevati, spesso porta all’ansia, alla frustrazione e all’elusione di progetti importanti.

Il perfezionismo influisce sulle nostre emozioni, sul nostro modo di pensare e di comportarci.

Esempi di sentimenti perfezionistici: il perfezionismo può farti sentire depresso, frustrato, ansioso e persino arrabbiato, soprattutto se ti critichi costantemente per non aver conseguito buoni risultati, nonostante l’energia e gli sforzi messi in campo.

Esempi di pensiero perfezionista:

  • Pensiero dicotomico (ad es. “Se una cosa non è perfetta, allora è un fallimento”, “Se ho bisogno di aiuto dagli altri, allora sono debole”)
  • Pensiero catastrofico (ad es. “Se commetto un errore di fronte ai miei colleghi, non riuscirò a sopravvivere all’umiliazione”; “Non posso sopportare che qualcuno si arrabbi con me.”)
  • Tendenza al pensiero negativo (ad es. “Anche se ho passato tutta la notte a prepararmi per la presentazione, so che non andrà bene”; “Il mio capo penserà che sono pigro se prendo un paio di giorni di malattia.”)
  • Le doverizzazioni (ad esempio “Non devo mai fare errori”; “Devo sempre essere in grado di prevedere i problemi prima che si verifichino.”).

Esempi di comportamenti perfezionistici:

  • Procrastinazione cronica, difficoltà nel completare compiti o facile arrendevolezza
  • Svolgimento delle attività in maniera eccessivamente cauta e approfondita (ad esempio, dedico troppo tempo ad un’attività che richiederebbe un tempo inferiore)
  • Controllo eccessivo (controllo e ricontrollo per troppo tempo una mail da inviare per evitare che ci siano errori)
  • Cercare costantemente di migliorare le cose rielaborandole (ad esempio riscrivendo più volte un documento di lavoro per renderlo “perfetto”)
  • Concentrarsi su piccoli dettagli
  • Fare liste elaborate delle cose da fare (ad es. quando alzarsi, lavarsi i denti, fare la doccia, ecc.)
  • Evitare di provare cose nuove rischiando di commettere errori

Essere perfezionisti non significa essere coscienziosi. Il perfezionismo non è solo un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici come depressione, ansia e disturbi alimentari, ma può anche essere un fattore prognostico negativo per il successo di un trattamento psicologico.

Di seguito vengono descritti alcuni dei meccanismi psicologici coinvolti nel perfezionismo clinico:

L’autovalutazione della persona spesso dipende eccessivamente da una singola area. Ad esempio, l’autovalutazione dipende quasi esclusivamente dal successo accademico, dal successo professionale o dalla forma fisica.

I perfezionisti hanno spesso standard inflessibili e pensiero dicotomico. Se prendo un voto più basso dei miei compagni significa che sono un fallimento totale.

Quando i perfezionisti clinici raggiungono i loro standard, in genere non si sentono soddisfatti e tendono ad alzare sempre “l’asticella”. Questo comporta che i perfezionisti non si sentano mai abbastanza bravi.

– Quando i perfezionisti clinici non riescono a soddisfare i loro standard, solitamente si auto-criticano. Molti studi dimostrano che l’autocritica tende a minare la forza di volontà.

– I perfezionisti clinici usano spesso comportamenti di sicurezza controproducenti che peggiorano la loro situazione. Ad esempio, possono eseguire alcune o tutte le seguenti operazioni:

  • confrontare costantemente le loro prestazioni con quelle degli altri
  • prestare eccessiva attenzione a dettagli non rilevanti
  • controllare in maniera eccessiva (ciò aumenta la percezione di un possibile pericolo e può compromettere la memoria).

I perfezionisti clinici a volte evitano situazioni e compiti quando temono che potrebbero non essere in grado di soddisfare i propri standard. Ciò può comportare la perdita di opportunità o l’insorgenza di difficoltà relazionali.

Il trattamento del perfezionismo non implica necessariamente la riduzione degli standard. Ad esempio, uno studente molto capace potrebbe ancora aspirare a raggiungere obiettivi elevati, posto che questi siano raggiungibili senza causare angoscia o ansia.

Generalmente il trattamento consiste nel:

Ridurre la tendenza ad autovalutarsi basandosi esclusivamente sui propri standard personali.

Ridurre la tendenza a collegare la propria autostima ad uno o pochi domini, ad esempio le performance lavorative o la forma fisica

Aiutare la persona a ridurre il pensiero dicotomico, l’attenzione selettiva e altri pregiudizi cognitivi e aumentare la flessibilità cognitiva

Aiutare la persona a ridurre l’autocritica

Aiutare la persona a focalizzarsi su obiettivi raggiungibili

Fare esperimenti comportamentali in modo che la persona possa vedere cosa vuol dire non usare i suoi attuali comportamenti di sicurezza.

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Di dott.ssa Paola Marinoni

Psicologa a Saronno dott.ssa Paola Marinoni mi sono laureata in Psicologia clinica e di Comunità nel 2008 presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e sono iscritta all'albo degli Psicologi della Lombardia n. 14919.

La mia formazione, oltre che sul piano accademico, è maturata anche e soprattutto attraverso le mie esperienze di vita. Mi ha sempre mossa l’interesse per l’animo umano, soprattutto in condizioni di sofferenza. Ho vissuto esperienze “sul campo” che sono state formative quanto quelle più prettamente accademiche. Dall’età di 17 anni ho iniziato a viaggiare, per entrare in contatto con realtà diverse dalla mia e per conoscere modalità differenti di convivere con il dolore e la sofferenza. Sono stata volontaria a Sarajevo, appena terminata la guerra, e in missione in Africa, India e Perù per brevi periodi. Ma l’esperienza in assoluto più formativa è rappresentata dalla mia lunga permanenza a Calcutta, dove ho avuto la possibilità di accostarmi alla sofferenza più profonda, prendendomi cura di malati terminali.