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E se mi ammalassi? E se perdessi il lavoro? E se non passassi l’esame? E se mio marito mi lasciasse?

Il rimuginio e la ruminazione sono modalità di pensiero negativo e persistente. Entrambi i processi coinvolgono una predominanza di pensieri verbali, in cui il ragionamento assume l’aspetto di un dialogo interno.

E se dovessi ammalarmi gravemente? E se morissi? E se mia moglie non riuscisse ad andare avanti economicamente? E i miei figli, cosa succederà loro? Cosa faranno i miei familiari senza l’entrata di uno stipendio fisso? Dove andranno a vivere? E se non riuscissero a gestire la sofferenza? E se dovesse ammalarsi anche mia moglie?”

Quello che hai appena letto è un esempio di rimuginio.

Cosa significa rimuginare

Rimuginare significa pensare in maniera ripetitiva e catastrofica a possibili minacce future e ai modi per evitarle o affrontarle in modo efficace.

I pensieri rimuginativi sono percepiti come pensieri intrusivi e incontrollabili. Il rimuginio consta nello sviluppo di catene di pensieri negativi, generalmente introdotti dalla domanda “Cosa succede se…?”, ad esempio “Cosa succede se perdo il lavoro?”; “Cosa succede se il mio partner mi lascia?”; “Cosa succede se mi ammalo?”.

Il soggetto utilizza il rimuginio come strategia per fronteggiare al meglio le situazioni che percepisce come pericolose, incerte e ansiogene.

Di fatto, però, rimuginare non risulta mai vantaggioso né utile: richiede la messa in campo di enormi energie mentali, non porta mai a trovare effettivamente una soluzione ai problemi e conduce all’insorgenza di elevati livelli di ansia.

Le conseguenze dannose del rimuginio

Il rimuginio ha solo conseguenze dannose:

– quando diventa patologico e cronico, porta alla comparsa di numerosi sintomi fisici sgradevoli e invalidanti: tensione muscolare, disturbi del sonno, irrequietezza, mal di testa, irritabilità;

non porta mai a trovare delle soluzioni efficaci, bensì mantiene viva e amplificata la percezione di minaccia;

peggiora le prestazioni cognitive: quando si rimugina diminuiscono la capacità di concentrarsi e di svolgere contemporaneamente un altro compito pratico e/o mentale.

Le persone che rimuginano frequentemente in modo patologico hanno la percezione di non essere in grado di controllare e gestire la loro mente. Sviluppano quindi delle credenze in merito all’incontrollabilità, alla pericolosità e all’importanza dei propri pensieri.

Percepire il rimuginio come qualcosa di incontrollabile significa pensare che esso sia un processo automatico, involontario e quindi non passibile di un controllo cosciente.

Il rimuginatore cronico percepisce i propri pensieri negativi come pericolosi e importanti: sente quindi la necessità di occuparsene, di analizzarli, di amplificarli.

Di seguito alcuni esempi di credenze negative in merito al rimuginio:

  • Non ho alcun controllo sul mio rimuginio.”
  • “I pensieri incontrollabili sono sintomo di pazzia.”
  • “Se avverto ansia, significa che sono effettivamente in pericolo.”
  • “La preoccupazione mette il mio corpo sotto stress.”
  • “Se mi preoccupo troppo, potrei perdere il controllo.”

Riassumendo, il rimuginio NON è una strategia utile perché non conduce a soluzioni efficaci, fa insorgere elevati livelli di ansia e sintomi fisici sgradevoli e invalidanti, viene percepito come qualcosa di incontrollabile.

rimuginare

Se non è utile, allora perchè si rimugina?

Viene spontaneo chiedersi quindi perché il rimuginio sia un fenomeno così presente e pervasivo.

La risposta è molto semplice. Il soggetto che rimugina è convinto che rimuginare sia vantaggioso e utile:

  • Rimuginare mi aiuta a trovare delle soluzioni ai miei problemi”: il rimuginio viene considerato una forma di pensiero produttivo, in realtà non conduce mai all’elaborazione di un piano concreto ed efficace di risoluzione dei problemi. Del resto, come è possibile trovare delle soluzioni a problemi ipotetici, che non si sono ancora verificati? Al pericolo temuto non viene contrapposta alcuna strategia risolutiva, quindi la percezione di minaccia permane e il rimuginio si protrae nel tempo.
  • Rimuginare mi aiuta a essere preparato”: il soggetto che rimugina pensa in maniera dettagliata e articolata a tutti i possibili scenari che potrebbero verificarsi, anticipando mentalmente anche i suoi stati emotivi e le possibili modalità di reazione. Il rimuginatore si convince che sarà in grado di gestire uno di quegli scenari, nel caso si verificasse, avendolo già ampiamente analizzato.
  • Rimuginare mi serve per prepararmi al peggio”: il rimuginio viene utilizzato come” scudo emozionale”. Il soggetto, pur essendo consapevole della scarsa efficacia del rimuginio, ritiene che rimuginare sia utile perché lo aiuterà a soffrire meno nel momento in cui si verificheranno le minacce che ha anticipato nella sua mente. Il rimuginio viene quindi considerato uno strumento che consente di tollerare meglio gli eventi negativi.
  • Rimuginare mi aiuta a prendere le decisioni corrette”: il soggetto pensa che il rimuginio lo aiuti a prendere decisioni in maniera rapida ed efficace, perché gli consente di individuare la scelta migliore e di scartare invece quelle sbagliate.
  • Rimuginare serve a distrarmi da preoccupazioni peggiori”: il soggetto che rimugina anticipa eventi negativi e catastrofici molto più frequentemente del soggetto non rimuginatore. Gli eventi catastrofici anticipati partono da quelli meno gravi fino ad arrivare a quelli peggiori e intollerabili. I soggetti rimuginatori tendono a soffermarsi sui timori meno carichi emotivamente, evitando quindi di prendere in considerazione le preoccupazioni più distruttive.
  • Il rimuginio abbassa il mio livello di ansia”: il rimuginio viene associato a una riduzione dei sintomi ansiosi, quindi diventa uno strumento che riduce uno sgradevole stato emotivo. In realtà, più il soggetto continua a rimuginare, più avvertirà la sua ansi crescere.

Interrompere il rimuginio: quali sono i vantaggi

Molti pensano, erroneamente che, se smettessero di rimuginare, diventerebbero persone impulsive, superficiali, poco attente e meno capaci di anticipare i problemi.

In realtà, smettere di rimuginare consente di:

  • aumentare la percezione di autoefficacia personale;
  • usare le informazioni che riceviamo dall’esterno e dall’interno in maniera più efficace;
  • affrontare la realtà, piuttosto che vivere sempre in uno scenario ipotetico e astratto;
  • vivere nel “qui e ora”, godendosi il momento presente;
  • esplorare senza ansia patologica il mondo esterno, promuovendo la capacità di apprendimento.

Per chi fosse interessato ad approfondire la tematica relativa al rimuginio con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito. E’ possibile consultare la pagina dei contatti.

La terapia metacognitiva

MCT Italia

La terapia metacognitiva (MCT) è una psicoterapia sviluppata da Adrian Wells e Gerald Matthews nei primi anni ’90, inizialmente applicata al trattamento del disturbo d’ansia generalizzato. Nel corso degli anni essa è stata ulteriormente sviluppata e attualmente è impiegata nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione (Wells, 1995, 2000, 2009). Diversi studi hanno dimostrato che la terapia metacognitiva è un metodo di trattamento molto efficace per una grande varietà di disturbi psicologici.

Attualmente la terapia della salute mentale è dominata dalla terapia cognitivo-comportamentale (CBT). La CBT infatti è stata considerata negli ultimi anni il trattamento più efficace per la maggior parte delle psicopatologie.

Tuttavia, la CBT non risulta sempre efficace. Una meta-analisi (uno studio che compara i risultati di diverse ricerche) pubblicata nel 2015 ha mostrato come la CBT stia diventando meno efficace.

Adrian Wells, professore di Psicopatologia Clinica e Sperimentale presso l’Università di Manchester e co-fondatore del Metacognitive Institute ha sviluppato la teoria che sta alla base di questa nuova forma di terapia.

La messa a punto della teoria è avvenuta molto recentemente, basti pensare che il libro di riferimento principale, “Terapia metacognitiva per l’ansia e la depressione”, è stato pubblicato solo nel 2011.

Nonostante la recente comparsa sulla scena clinica, i risultati emersi finora sono molto promettenti. Una meta-analisi del 2014  pubblicata dall’Associazione Americana per l’Ansia e Depressione (ADAA) ha concluso che “la MCT è efficace nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione e produce risultati migliori di quelli relativi ai gruppi di controllo e ai soggetti trattati con la CBT”.

La terapia metacognitiva si distingue dalla terapia cognitiva (CBT). Mentre quest’ultima si focalizza sul contenuto negativo dei pensieri con l’obiettivo di ristrutturare gli schemi cognitivi disfunzionali, la terapia metacognitiva si concentra sul modo in cui la persona reagisce ai propri pensieri.

Essa si propone di aiutare le persone a cambiare il modo in cui pensano, e, successivamente, il modo in cui vivono i loro pensieri negativi, piuttosto che cercare di modificare il contenuto dei loro pensieri. L’obiettivo è di aiutare i pazienti a sviluppare nuove modalità attraverso cui relazionarsi con i propri pensieri e le proprie credenze.

Quindi la terapia metacognitiva si occupa del modo in cui rispondiamo ai nostri pensieri e ai processi che portano a vedere la realtà in maniera erronea e disfunzionale.

Che cos’è la Metacognizione

terapia metacognitivaLa metacognizione si riferisce ai fattori cognitivi che controllano, monitorano e valutano il pensiero, ossia a tutto ciò che pensiamo sul nostro pensiero. Secondo la terapia metacognitiva tali fattori hanno un ruolo centrale nell’insorgenza degli stili di pensiero dannosi e nel mantenimento delle emozioni negative.

Una caratteristica comune dei disturbi mentali come l’ansia e la depressione è che i soggetti che ne soffrono spesso sperimentano la sensazione di non riuscire a interrompere i pensieri negativi. Molti pazienti sono convinti di non essere in grado di controllare i propri pensieri ed emozioni, rimanendo bloccati in un circolo vizioso negativo. Ecco che insorge un particolare modello di risposta che contribuisce a mantenere e a rinforzare sia le emozioni che i pensieri negativi. Il pattern in questione prende il nome di Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentional Syndrome, CAS) e “si manifesta con fenomeni di preoccupazione, ruminazione, focalizzazione dell’attenzione e con l’uso di strategie di coping e/o di autoregolazione disfunzionali” (Wells, 2012).

Il CAS è caratterizzato da varie forme di pensiero ripetitivo, come il rimuginio e la ruminazione, il monitoraggio della minaccia, i comportamenti disfunzionali di autoregolamentazione, come l’evitamento e la soppressione del pensiero. Queste pratiche rinforzano i modelli di pensiero e di comportamento disfunzionali e riducono la flessibilità attentiva.

La terapia metacognitiva, che utilizzo quotidianamente nella mia pratica clinica si sta rivelando davvero un metodo efficace e rapido nel trattamento di molti disturbi psicopatologici legati all’ansia e all’umore.

Appuntamento per Terapia Metacognitiva

Per coloro che fossero interessati ad approfondire le tematiche relative alla terapia metacognitiva con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

E’ possibile inoltre consultare la pagina dei contatti del sito per avere ulteriori informazioni e delucidazioni sulla modalità di contatto della dott.ssa Paola Marinoni.