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Articoli di psicologia relativi al trattamento dell’ansia della dott.ssa Marinoni psicologa e psicoterapeuta con sede nella città di Saronno

E se mi ammalassi? E se perdessi il lavoro? E se non passassi l’esame? E se mio marito mi lasciasse?

Il rimuginio e la ruminazione sono modalità di pensiero negativo e persistente. Entrambi i processi coinvolgono una predominanza di pensieri verbali, in cui il ragionamento assume l’aspetto di un dialogo interno.

E se dovessi ammalarmi gravemente? E se morissi? E se mia moglie non riuscisse ad andare avanti economicamente? E i miei figli, cosa succederà loro? Cosa faranno i miei familiari senza l’entrata di uno stipendio fisso? Dove andranno a vivere? E se non riuscissero a gestire la sofferenza? E se dovesse ammalarsi anche mia moglie?”

Quello che hai appena letto è un esempio di rimuginio.

Cosa significa rimuginare

Rimuginare significa pensare in maniera ripetitiva e catastrofica a possibili minacce future e ai modi per evitarle o affrontarle in modo efficace.

I pensieri rimuginativi sono percepiti come pensieri intrusivi e incontrollabili. Il rimuginio consta nello sviluppo di catene di pensieri negativi, generalmente introdotti dalla domanda “Cosa succede se…?”, ad esempio “Cosa succede se perdo il lavoro?”; “Cosa succede se il mio partner mi lascia?”; “Cosa succede se mi ammalo?”.

Il soggetto utilizza il rimuginio come strategia per fronteggiare al meglio le situazioni che percepisce come pericolose, incerte e ansiogene.

Di fatto, però, rimuginare non risulta mai vantaggioso né utile: richiede la messa in campo di enormi energie mentali, non porta mai a trovare effettivamente una soluzione ai problemi e conduce all’insorgenza di elevati livelli di ansia.

Le conseguenze dannose del rimuginio

Il rimuginio ha solo conseguenze dannose:

– quando diventa patologico e cronico, porta alla comparsa di numerosi sintomi fisici sgradevoli e invalidanti: tensione muscolare, disturbi del sonno, irrequietezza, mal di testa, irritabilità;

non porta mai a trovare delle soluzioni efficaci, bensì mantiene viva e amplificata la percezione di minaccia;

peggiora le prestazioni cognitive: quando si rimugina diminuiscono la capacità di concentrarsi e di svolgere contemporaneamente un altro compito pratico e/o mentale.

Le persone che rimuginano frequentemente in modo patologico hanno la percezione di non essere in grado di controllare e gestire la loro mente. Sviluppano quindi delle credenze in merito all’incontrollabilità, alla pericolosità e all’importanza dei propri pensieri.

Percepire il rimuginio come qualcosa di incontrollabile significa pensare che esso sia un processo automatico, involontario e quindi non passibile di un controllo cosciente.

Il rimuginatore cronico percepisce i propri pensieri negativi come pericolosi e importanti: sente quindi la necessità di occuparsene, di analizzarli, di amplificarli.

Di seguito alcuni esempi di credenze negative in merito al rimuginio:

  • Non ho alcun controllo sul mio rimuginio.”
  • “I pensieri incontrollabili sono sintomo di pazzia.”
  • “Se avverto ansia, significa che sono effettivamente in pericolo.”
  • “La preoccupazione mette il mio corpo sotto stress.”
  • “Se mi preoccupo troppo, potrei perdere il controllo.”

Riassumendo, il rimuginio NON è una strategia utile perché non conduce a soluzioni efficaci, fa insorgere elevati livelli di ansia e sintomi fisici sgradevoli e invalidanti, viene percepito come qualcosa di incontrollabile.

rimuginare

Se non è utile, allora perchè si rimugina?

Viene spontaneo chiedersi quindi perché il rimuginio sia un fenomeno così presente e pervasivo.

La risposta è molto semplice. Il soggetto che rimugina è convinto che rimuginare sia vantaggioso e utile:

  • Rimuginare mi aiuta a trovare delle soluzioni ai miei problemi”: il rimuginio viene considerato una forma di pensiero produttivo, in realtà non conduce mai all’elaborazione di un piano concreto ed efficace di risoluzione dei problemi. Del resto, come è possibile trovare delle soluzioni a problemi ipotetici, che non si sono ancora verificati? Al pericolo temuto non viene contrapposta alcuna strategia risolutiva, quindi la percezione di minaccia permane e il rimuginio si protrae nel tempo.
  • Rimuginare mi aiuta a essere preparato”: il soggetto che rimugina pensa in maniera dettagliata e articolata a tutti i possibili scenari che potrebbero verificarsi, anticipando mentalmente anche i suoi stati emotivi e le possibili modalità di reazione. Il rimuginatore si convince che sarà in grado di gestire uno di quegli scenari, nel caso si verificasse, avendolo già ampiamente analizzato.
  • Rimuginare mi serve per prepararmi al peggio”: il rimuginio viene utilizzato come” scudo emozionale”. Il soggetto, pur essendo consapevole della scarsa efficacia del rimuginio, ritiene che rimuginare sia utile perché lo aiuterà a soffrire meno nel momento in cui si verificheranno le minacce che ha anticipato nella sua mente. Il rimuginio viene quindi considerato uno strumento che consente di tollerare meglio gli eventi negativi.
  • Rimuginare mi aiuta a prendere le decisioni corrette”: il soggetto pensa che il rimuginio lo aiuti a prendere decisioni in maniera rapida ed efficace, perché gli consente di individuare la scelta migliore e di scartare invece quelle sbagliate.
  • Rimuginare serve a distrarmi da preoccupazioni peggiori”: il soggetto che rimugina anticipa eventi negativi e catastrofici molto più frequentemente del soggetto non rimuginatore. Gli eventi catastrofici anticipati partono da quelli meno gravi fino ad arrivare a quelli peggiori e intollerabili. I soggetti rimuginatori tendono a soffermarsi sui timori meno carichi emotivamente, evitando quindi di prendere in considerazione le preoccupazioni più distruttive.
  • Il rimuginio abbassa il mio livello di ansia”: il rimuginio viene associato a una riduzione dei sintomi ansiosi, quindi diventa uno strumento che riduce uno sgradevole stato emotivo. In realtà, più il soggetto continua a rimuginare, più avvertirà la sua ansi crescere.

Interrompere il rimuginio: quali sono i vantaggi

Molti pensano, erroneamente che, se smettessero di rimuginare, diventerebbero persone impulsive, superficiali, poco attente e meno capaci di anticipare i problemi.

In realtà, smettere di rimuginare consente di:

  • aumentare la percezione di autoefficacia personale;
  • usare le informazioni che riceviamo dall’esterno e dall’interno in maniera più efficace;
  • affrontare la realtà, piuttosto che vivere sempre in uno scenario ipotetico e astratto;
  • vivere nel “qui e ora”, godendosi il momento presente;
  • esplorare senza ansia patologica il mondo esterno, promuovendo la capacità di apprendimento.

Per chi fosse interessato ad approfondire la tematica relativa al rimuginio con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito. E’ possibile consultare la pagina dei contatti.

Sei un perfezionista?

sei un perfezionista

Il perfezionismo si riferisce a uno stile di pensiero del tipo “tutto-o-niente” in cui se qualcosa non è “perfetto”, allora viene percepito come privo di valore. Sebbene il perfezionismo possa essere collegato al raggiungimento di successo e di standard elevati, spesso porta all’ansia, alla frustrazione e all’elusione di progetti importanti.

Il perfezionismo influisce sulle nostre emozioni, sul nostro modo di pensare e di comportarci.

Esempi di sentimenti perfezionistici: il perfezionismo può farti sentire depresso, frustrato, ansioso e persino arrabbiato, soprattutto se ti critichi costantemente per non aver conseguito buoni risultati, nonostante l’energia e gli sforzi messi in campo.

Esempi di pensiero perfezionista:

  • Pensiero dicotomico (ad es. “Se una cosa non è perfetta, allora è un fallimento”, “Se ho bisogno di aiuto dagli altri, allora sono debole”)
  • Pensiero catastrofico (ad es. “Se commetto un errore di fronte ai miei colleghi, non riuscirò a sopravvivere all’umiliazione”; “Non posso sopportare che qualcuno si arrabbi con me.”)
  • Tendenza al pensiero negativo (ad es. “Anche se ho passato tutta la notte a prepararmi per la presentazione, so che non andrà bene”; “Il mio capo penserà che sono pigro se prendo un paio di giorni di malattia.”)
  • Le doverizzazioni (ad esempio “Non devo mai fare errori”; “Devo sempre essere in grado di prevedere i problemi prima che si verifichino.”).

Esempi di comportamenti perfezionistici:

  • Procrastinazione cronica, difficoltà nel completare compiti o facile arrendevolezza
  • Svolgimento delle attività in maniera eccessivamente cauta e approfondita (ad esempio, dedico troppo tempo ad un’attività che richiederebbe un tempo inferiore)
  • Controllo eccessivo (controllo e ricontrollo per troppo tempo una mail da inviare per evitare che ci siano errori)
  • Cercare costantemente di migliorare le cose rielaborandole (ad esempio riscrivendo più volte un documento di lavoro per renderlo “perfetto”)
  • Concentrarsi su piccoli dettagli
  • Fare liste elaborate delle cose da fare (ad es. quando alzarsi, lavarsi i denti, fare la doccia, ecc.)
  • Evitare di provare cose nuove rischiando di commettere errori

Essere perfezionisti non significa essere coscienziosi. Il perfezionismo non è solo un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici come depressione, ansia e disturbi alimentari, ma può anche essere un fattore prognostico negativo per il successo di un trattamento psicologico.

Di seguito vengono descritti alcuni dei meccanismi psicologici coinvolti nel perfezionismo clinico:

L’autovalutazione della persona spesso dipende eccessivamente da una singola area. Ad esempio, l’autovalutazione dipende quasi esclusivamente dal successo accademico, dal successo professionale o dalla forma fisica.

I perfezionisti hanno spesso standard inflessibili e pensiero dicotomico. Se prendo un voto più basso dei miei compagni significa che sono un fallimento totale.

Quando i perfezionisti clinici raggiungono i loro standard, in genere non si sentono soddisfatti e tendono ad alzare sempre “l’asticella”. Questo comporta che i perfezionisti non si sentano mai abbastanza bravi.

– Quando i perfezionisti clinici non riescono a soddisfare i loro standard, solitamente si auto-criticano. Molti studi dimostrano che l’autocritica tende a minare la forza di volontà.

– I perfezionisti clinici usano spesso comportamenti di sicurezza controproducenti che peggiorano la loro situazione. Ad esempio, possono eseguire alcune o tutte le seguenti operazioni:

  • confrontare costantemente le loro prestazioni con quelle degli altri
  • prestare eccessiva attenzione a dettagli non rilevanti
  • controllare in maniera eccessiva (ciò aumenta la percezione di un possibile pericolo e può compromettere la memoria).

I perfezionisti clinici a volte evitano situazioni e compiti quando temono che potrebbero non essere in grado di soddisfare i propri standard. Ciò può comportare la perdita di opportunità o l’insorgenza di difficoltà relazionali.

Il trattamento del perfezionismo non implica necessariamente la riduzione degli standard. Ad esempio, uno studente molto capace potrebbe ancora aspirare a raggiungere obiettivi elevati, posto che questi siano raggiungibili senza causare angoscia o ansia.

Generalmente il trattamento consiste nel:

Ridurre la tendenza ad autovalutarsi basandosi esclusivamente sui propri standard personali.

Ridurre la tendenza a collegare la propria autostima ad uno o pochi domini, ad esempio le performance lavorative o la forma fisica

Aiutare la persona a ridurre il pensiero dicotomico, l’attenzione selettiva e altri pregiudizi cognitivi e aumentare la flessibilità cognitiva

Aiutare la persona a ridurre l’autocritica

Aiutare la persona a focalizzarsi su obiettivi raggiungibili

Fare esperimenti comportamentali in modo che la persona possa vedere cosa vuol dire non usare i suoi attuali comportamenti di sicurezza.

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Per coloro che fossero interessati ad approfondire le tematiche relative alla terapia cognitivo-comportamentale con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

E’ possibile inoltre consultare la pagina dei contatti del sito per avere ulteriori informazioni e delucidazioni sulla modalità di contatto della dott.ssa Paola Marinoni.

Ho paura o sono in ansia?

Recentemente mi è capitato di rivedere un video in cui l’attore Will Smith parla della paura provata prima di lanciarsi con il paracadute. La visione del filmato mi ha stimolata a ragionare sulla differenza che intercorre tra paura e ansia.

Da un punto di vista cognitivo, la paura insorge in presenza di una fonte di pericolo reale, tangibile, identificabile e spesso immediata. Per esempio, se un leone è in piedi davanti a me, ho paura. Se sto per saltare da un aereo e mi trovo davanti al portellone aperto a 3.000 piedi di altitudine, ho paura.

L’ansia invece compare nelle situazioni in cui viene percepito un pericolo che è solo potenziale. Non ho ancora visto il leone, non me lo sono ancora trovato davanti, ma penso che potrebbe essere in agguato nelle vicinanze. Mi immagino che potrebbe assalirmi e che io non avrei, a quel punto, alcuna via di scampo. Non mi sono ancora lanciato nel vuoto, ma penso che potrei sentirmi male, avere un attacco cardiaco o schiantarmi al suolo.

Mi preoccupo di qualcosa che non è ancora accaduto e che magari non accadrà mai. Ma nella mia mente prende piede il pensiero che potrei trovarmi davvero di fronte a quella situazione che temo.

Possiamo quindi affermare che la paura è una reazione emotiva ad un pericolo reale, che ha quindi un “oggetto” preciso e ben identificato (paura del buio, dei ragni, dell’altezza…)

L’ansia è invece una reazione emotiva ad un pericolo che è soltanto percepito come tale.

In psicoterapia, possiamo affrontare sia le paure che l’ansia attraverso un percorso di terapia cognitivo-comportamentale. Le paure problematiche spesso emergono nel contesto delle fobie (ad esempio, la paura di volare o dell’altezza). L’ansia clinicamente rilevante tende a manifestarsi sotto forma di eccessiva preoccupazione, tensione, irrequietezza, eccessiva sensibilità e ipervigilanza. Entrambe le sensazioni scatenano il nostro meccanismo di risposta “attacco-fuga” (descritto più dettagliatamente nell’articolo “Ansia: reazione di attacco-fuga”).

Il trattamento di scelta più spesso riguarda la terapia dell’esposizione, in cui il paziente impara a esporsi gradualmente agli stimoli che teme, con costante supporto da parte del terapeuta.

Ecco qui il video di Will Smith che parla delle sue paure!

Buona visione!

https://www.youtube.com/watch?v=yfqC6qRZcYM

Per coloro che fossero interessati ad approfondire le tematiche relative alla terapia cognitiva  per superare la paura o per gestire l’ansia con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

E’ possibile inoltre consultare la pagina dei contatti del sito per avere ulteriori informazioni e delucidazioni sulla modalità di contatto della dott.ssa Paola Marinoni.

La terapia metacognitiva

MCT Italia

La terapia metacognitiva (MCT) è una psicoterapia sviluppata da Adrian Wells e Gerald Matthews nei primi anni ’90, inizialmente applicata al trattamento del disturbo d’ansia generalizzato. Nel corso degli anni essa è stata ulteriormente sviluppata e attualmente è impiegata nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione (Wells, 1995, 2000, 2009). Diversi studi hanno dimostrato che la terapia metacognitiva è un metodo di trattamento molto efficace per una grande varietà di disturbi psicologici.

Attualmente la terapia della salute mentale è dominata dalla terapia cognitivo-comportamentale (CBT). La CBT infatti è stata considerata negli ultimi anni il trattamento più efficace per la maggior parte delle psicopatologie.

Tuttavia, la CBT non risulta sempre efficace. Una meta-analisi (uno studio che compara i risultati di diverse ricerche) pubblicata nel 2015 ha mostrato come la CBT stia diventando meno efficace.

Adrian Wells, professore di Psicopatologia Clinica e Sperimentale presso l’Università di Manchester e co-fondatore del Metacognitive Institute ha sviluppato la teoria che sta alla base di questa nuova forma di terapia.

La messa a punto della teoria è avvenuta molto recentemente, basti pensare che il libro di riferimento principale, “Terapia metacognitiva per l’ansia e la depressione”, è stato pubblicato solo nel 2011.

Nonostante la recente comparsa sulla scena clinica, i risultati emersi finora sono molto promettenti. Una meta-analisi del 2014  pubblicata dall’Associazione Americana per l’Ansia e Depressione (ADAA) ha concluso che “la MCT è efficace nel trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione e produce risultati migliori di quelli relativi ai gruppi di controllo e ai soggetti trattati con la CBT”.

La terapia metacognitiva si distingue dalla terapia cognitiva (CBT). Mentre quest’ultima si focalizza sul contenuto negativo dei pensieri con l’obiettivo di ristrutturare gli schemi cognitivi disfunzionali, la terapia metacognitiva si concentra sul modo in cui la persona reagisce ai propri pensieri.

Essa si propone di aiutare le persone a cambiare il modo in cui pensano, e, successivamente, il modo in cui vivono i loro pensieri negativi, piuttosto che cercare di modificare il contenuto dei loro pensieri. L’obiettivo è di aiutare i pazienti a sviluppare nuove modalità attraverso cui relazionarsi con i propri pensieri e le proprie credenze.

Quindi la terapia metacognitiva si occupa del modo in cui rispondiamo ai nostri pensieri e ai processi che portano a vedere la realtà in maniera erronea e disfunzionale.

Che cos’è la Metacognizione

terapia metacognitivaLa metacognizione si riferisce ai fattori cognitivi che controllano, monitorano e valutano il pensiero, ossia a tutto ciò che pensiamo sul nostro pensiero. Secondo la terapia metacognitiva tali fattori hanno un ruolo centrale nell’insorgenza degli stili di pensiero dannosi e nel mantenimento delle emozioni negative.

Una caratteristica comune dei disturbi mentali come l’ansia e la depressione è che i soggetti che ne soffrono spesso sperimentano la sensazione di non riuscire a interrompere i pensieri negativi. Molti pazienti sono convinti di non essere in grado di controllare i propri pensieri ed emozioni, rimanendo bloccati in un circolo vizioso negativo. Ecco che insorge un particolare modello di risposta che contribuisce a mantenere e a rinforzare sia le emozioni che i pensieri negativi. Il pattern in questione prende il nome di Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentional Syndrome, CAS) e “si manifesta con fenomeni di preoccupazione, ruminazione, focalizzazione dell’attenzione e con l’uso di strategie di coping e/o di autoregolazione disfunzionali” (Wells, 2012).

Il CAS è caratterizzato da varie forme di pensiero ripetitivo, come il rimuginio e la ruminazione, il monitoraggio della minaccia, i comportamenti disfunzionali di autoregolamentazione, come l’evitamento e la soppressione del pensiero. Queste pratiche rinforzano i modelli di pensiero e di comportamento disfunzionali e riducono la flessibilità attentiva.

La terapia metacognitiva, che utilizzo quotidianamente nella mia pratica clinica si sta rivelando davvero un metodo efficace e rapido nel trattamento di molti disturbi psicopatologici legati all’ansia e all’umore.

Appuntamento per Terapia Metacognitiva

Per coloro che fossero interessati ad approfondire le tematiche relative alla terapia metacognitiva con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta a Saronno, è possibile chiamare il numero 3402871971 oppure mandare una mail all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio gratuito.

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la mente non si ferma mai

Quando la mente non si ferma mai…

Marta è una ragazza di 27 anni che ha recentemente iniziato il suo primo lavoro dopo aver conseguito con buoni voti una laurea in economia. Vive con la migliore amica. Marta è sempre stata una persona ansiosa. Spesso gli amici e i familiari le fanno notare che si preoccupa troppo. Durante il periodo del liceo aveva enormi difficoltà nel gestire la preoccupazione di arrivare tardi in classe, di non essere sufficientemente preparata, di prendere brutti voti. Temeva di poter perdere i suoi amici, far arrabbiare i suoi genitori, non piacere agli altri, di sbagliare la scelta dell’università.

Temeva di poter essere lasciata dal fidanzato, si preoccupava del fatto di non avere tempo a sufficienza per portare a termine tutto ciò che doveva fare. Marta ha difficoltà nel gestire queste preoccupazioni, soprattutto perché esse compaiono quando cerca di rilassarsi a fine giornata, quando è in pausa ed è fuori con gli amici. Spesso si sente affaticata e avverte tensione muscolare e dolori agli arti. Si accorge di essere frequentemente irritabile (si arrabbia con la coinquilina o il fidanzato). Marta non ricorda quando si è sentita rilassata l’ultima volta, è sempre agitata, tesa e in allerta, con la sensazione che debba accadere qualcosa di brutto.

Negli ultimi sei mesi ha disturbi del sonno: spesso se ne sta sdraiata a letto senza riuscire a prendere sonno, si sveglia frequentemente, oppure si sveglia nel mezzo della notte e non riesce più a riaddormentarsi. Quando le preoccupazioni diventano eccessive fatica a concentrarsi e molte persone le dicono che sembra sempre distratta. Spesso chiede ad amici e parenti cosa pensano di lei o li coinvolge in merito alle sue preoccupazioni, portandoli all’esasperazione. Marta sa che la sua ansia rappresenta un problema, ma teme che smettendo di preoccuparsi le cose peggiorerebbero.”

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E se succedesse qualcosa di brutto?

ansia generalizzata

Ho frequenti disturbi legati al sonno. Spesso mi sveglio agitato nel bel mezzo della notte. Ho problemi di concentrazione, faccio fatica anche a leggere il giornale o un romanzo. A volte mi sento un po’ stordito. Spesso il mio cuore inizia a battere all’impazzata: questo aumenta la mia preoccupazione. Ho sempre avuto la tendenza di pensare che le cose siano peggio di quello che realmente sono. Nei giorni scorsi ho avuto un forte mal di stomaco: mi sono convinto di avere un tumore. Mi preoccupo continuamente per tutto.

Le persone che hanno difficoltà a gestire la propria ansia generalmente hanno la tendenza a preoccuparsi per molte cose. Si parla di ansia generalizzata quando la preoccupazione (worry), pervasiva e difficilmente controllabile, risulta essere eccessiva rispetto agli eventi di cui si ha timore. Le preoccupazioni riguardano differenti ambiti di vita: il lavoro, la salute, la famiglia, le condizioni economiche. Se un collega parla della situazione finanziaria dell’azienda, insorge immediata la paura di poter essere licenziati, se un’amica non risponde ad una telefonata e non richiama ci si convince che il rapporto d’amicizia si sia interrotto. Il solo pensiero, quando ci si sveglia la mattina, di dover affrontare la giornata può generare ansia.

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Ansia: reazione di attacco-fuga

ansia attacco fugaCon l’espressione “reazione di attacco o fuga” ci si riferisce alle risposte fisiologiche che avvengono nel nostro corpo e che ci preparano agli sforzi necessari per combattere o scappare quando ci troviamo di fronte ad un pericolo. L’ansia deriva proprio da questo meccanismo, che è presente in tutti i mammiferi e che predispone l’animale o l’essere umano a reagire al pericolo attraverso la rapidissima attivazione di tutte le funzioni neurovegetative necessarie per una fuga o un attacco: accelerazione cardiaca, aumento del ritmo del respiro, tensione muscolare, aumento dell’attenzione e della vigilanza. In pochi istanti il nostro corpo è pronto ad attaccare o fuggire. Quando percepiamo una minaccia, i nostri corpi entrano rapidamente nella modalità “attacco-fuga”; questo meccanismo fisiologico si è sviluppato nel corso dell’evoluzione per aiutarci a sopravvivere dalla tigre dai denti a sciabola, dal nemico che cercava di cacciarci dalla nostra tribù, da qualsiasi cosa che potesse minacciare la nostra vita.

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Non riesco a smettere di preoccuparmi

cosa significa rimuginareNon so più che fare… Non faccio altro che rimuginare sulle cose, continuo a pensare che potrebbero accadere delle disgrazie a me o alle persone che mi sono più care. Se facessi un incidente? Se i miei genitori si ammalassero? Se mi si ferma la macchina in autostrada? E se faccio brutta figura davanti al capo e ai miei colleghi? Pensieri assolutamente “normali” e “banali” che non riesco a controllare, nè tantomeno ad interrompere e che mi fanno stare male… Se mi si mette un pensiero in testa, non riesco più a mandarlo via… Penso sempre, continuamente… Mentre lavoro, quando esco con gli amici… Penso che se continuo a ragionare sulle cose che temo, avrò la capacità di non farle accadere e magari sarò più preparato ad affrontarle. Però sto male. Non ce la faccio più..

Il rimuginio è una forma di pensiero negativo, ripetitivo e improduttivo che si accompagna all’ansia.

Esso è collegato al senso di minaccia o pericolo incombenti, ovvero alla preoccupazione rispetto ad eventi futuri. Quando si rimugina i pensieri si presentano sottoforma di “E se succedesse..?” (ad esempio, “Se accadesse un incidente ad una persona a me cara?, “Se perdessi il lavoro?”, “Se mi ammalassi?”).

Tali espressioni sembrano indicare la prefigurazione di scenari e situazioni che, proprio perché future, non sono nè prevedibili ne’, tanto meno, controllabili.

Chi rimugina è convinto che, continuando a pensare ad avvenimenti non prevedibili, riuscirà a scongiurare il loro stesso accadimento. La credenza irrazionale alla base del rimuginio potrebbe essere così formulata:

Se penso molto a tutto quello che potrebbe accadere e mi impegno a prevedere tutti i possibili disastri futuri, sarò in grado di impedirli. E se dovessero realmente accadere, sarò più preparato ad affrontarli”.

Quando rimuginiamo non riusciamo a capire come potremmo fare fronte ad un pericolo o in che modo potremmo risolvere un problema, perché tendiamo a giudicare ogni soluzione come insufficiente o poco efficace.

Chi rimugina pensa che il rimuginio abbia degli scopi vantaggiosi.

Così facendo, rafforza tale meccanismo e spiega a se stesso la sua tendenza a rimuginare. Il primo scopo positivo attribuito al rimuginio è l’attenuazione di uno stato d’animo immediatamente sgradevole, ovvero l’ansia. Rimuginando, si ha l’impressione che l’ansia diminuisca, pur non scomparendo mai completamente.

In secondo luogo, attraverso il rimuginio il soggetto si convince di riuscire a risolvere un problema. Questa però è un’illusione.

Chi rimugina non raggiunge mai la soluzione del problema e continua ossessivamente a cercarla.

In altri casi, invece, chi rimugina sa benissimo che non serve a nulla continuare a pensare alle medesime cose, ma ritiene che preoccuparsi serva a non farsi trovare impreparato davanti al pericolo e si convince che mantenendosi sempre sufficientemente all’erta, soffrirà o si spaventerà di meno se l’evento da lui temuto dovesse realizzarsi.

Ci sono anche soggetti che si convincono di non avere alcun controllo sul proprio rimuginio e proprio per questo motivo temono che prima o poi impazziranno.

Altri ancora, invece, si sentono in colpa perché il rimuginio è per loro una prova della propria debolezza.

E’ possibile interromperlo?

Uno dei primi obiettivi della terapia diventa l’interruzione del rimuginio, dato che l’attività rimuginativa è un elemento che, spesso, alimenta e mantiene in vita la sofferenza. Il trattamento del rimuginio prevede che il soggetto impari a modificare le convinzioni positive o negative che ha nei confronti del rimuginio stesso e di sè in relazione all’attività rimuginativa.

Il primo passo consiste nel riconoscere che il rimuginio non serve a nulla, se non a perpetuare la sofferenza. La terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento maggiormente utilizzato nella cura dei disturbi d’ansia e del rimuginio cronico.

Essa ha come obiettivo quello di aiutare il paziente a riconoscere i primi sintomi e segnali di rimuginio disfunzionale, imparando a distinguere preoccupazioni sane e costruttive da preoccupazioni inutili e distruttive, e trasformare gli schemi di pensiero negativi in schemi positivi e più funzionali. Con tecniche cognitive e comportamentali specifiche il terapeuta è in grado di “interrompere” i circoli viziosi del rimuginio e riportare il paziente a modalità cognitive ed emotive più funzionali e adattive.

Come entrare in contatto con la dott.ssa Paola Marinoni

Per chi fosse interessato ad approfondire gli aspetti della terapia  e valutare possibili soluzioni con la dott.ssa Paola Marinoni, psicologa e psicoterapeuta con seda a Saronno e Milano, è possibile chiamare il numero 3402871971 per fissare un primo colloquio oppure mandare una email all’indirizzo info@psicologasaronno.it per prenotare un primo colloquio in alternativa è possibile consultare la pagina dei contatti.

Fobia Sociale

La grande maggioranza delle persone avverte una sensazione di nervosismo quando incontra gente nuova, quando deve parlare in pubblico o quando deve essere valutataFobia Sociale.

Tuttavia, per le persone che soffrono di Fobia Sociale, queste sensazioni possono divenire così intense, che esse non sono più in grado di funzionare in maniera efficace.

I soggetti con Fobia Sociale temono in maniera eccessiva di essere esaminati, giudicati o rifiutati dagli altri. Spesso hanno paura che gli altri si accorgano di quanto sono agitati e nervosi e quindi si convincono del fatto che saranno valutati negativamente. Proprio a causa di queste estreme paure, le persone che soffrono di Fobia Sociale spesso evitano i contatti sociali. Alcuni soggetti temono ed evitano solo determinate situazioni, ad esempio il parlare in pubblico; altri finiscono invece per evitare la maggior parte o tutte le situazioni sociali.

Le situazioni sociali più comunemente temute da chi soffre di fobia sociale sono:

  • parlare in pubblico
  • essere al centro dell’attenzione
  • incontrare persone nuove
  • partecipare a feste o ricevimenti
  • parlare con persone che occupano una posizione di autorità
  • mangiare o scrivere in pubblico
  • utilizzare i bagni pubblici
  • affrontare un esame.

Trattamento Fobia Sociale

La fobia sociale, se non adeguatamente trattata, tende a cronicizzarsi. Infatti i caratteristici evitamenti delle situazioni temute, ad esempio delle prestazioni, contribuiranno a limitare sempre di più le interazioni ed accresceranno la percezione di inadeguatezza personale e di giudizio critico da parte degli altri.

Il trattamento della fobia sociale è mirato a modificare le rigide convinzioni connesse a sé oltre che a promuovere una graduale esposizione alle situazioni sociali ansiogene.
In sintesi, nel corso del trattamento, ci si pone i seguenti obiettivi:

  • modificare le modalità di pensiero che sostengono l’ansia sociale;
  • ridurre la focalizzazione su di sé e su possibili segni di fallimento;
  • superare gli evitamenti e i comportamenti protettivi;
  • favorire l’esposizione alle situazioni temute.

Visita la pagina dei contatti per chiedere ulteriori chiarimenti sulla fobia sociale o per fissare un primo colloquio gratuito.